Creazione di moneta e spesa pubblica

Abbiamo constatato come la creazione di inflazione, a fronte dell’emissione di nuova moneta, sia, da un punto di vista teorico, sempre evitabile, cercando di mantenere  in equilibrio l’equazione  (B)eni[1] =  (M)oneta.

Infatti, se a fronte della creazione di nuova moneta vengono creati nuovi beni o servizi pubblici, caratterizzati, sempre e comunque[2], dall’imprescindibile elemento dell’utilità (sociale ed individuale) da cui ne dipende l’effettivo valore, non potrà, per questo sol fatto, generarsi inflazione[3].

Si tratta di un modello unificante che evita le estremizzazioni ed i pericoli, del resto concretizzatesi in questa prima parte del XXI secolo, caratterizzato da un’incisiva azione a danno dei sistemi paese, derivante da un capitalismo finanziario e monetario, che ha agito sovente, con gli effetti cui si è fatto cenno, al di sopra di ogni fisiologica regola (scritta o non scritta) del buon vivere sociale.

L’unificazione auspicata è quella che pone al centro l’adozione di politiche fiscali strettamente coordinate con politiche monetarie. Il fiato corto di una loro separazione è, del resto, dimostrato dalla situazione odierna europea ove la politica monetaria interviene in ritardo per tentare di sopperire ai danni perpetrati da politiche economiche  (fiscali) non coordinate portate avanti dai singoli stati[4]. Ecco, in fondo, la ragione della necessità di un’adozione, a livello dell’unione, di politiche fiscali unitarie[5].

Si giungerebbe, come ricordato all’inizio di questo lavoro, alla “soluzione del dilemma”[6] rappresentato dalla “relazione circolare” fra spesa pubblica[7], indebitamento e pressione fiscale.

Come osservato in premessa, quindi, immaginare l’utilizzo della leva monetaria, in un “modo nuovo”, rispetto a quanto oggi avviene può rappresentare la terza via necessaria al fine di uscire dal seguente “circolo vizioso”: diminuzione della pressione fiscale = aumento del debito pubblico, da un lato, e diminuzione del debito pubblico = aumento della pressione fiscale, dall’altro.

Occorre, però, saggiamente e prudentemente, anche non ignorare il fatto che se una sola politica fiscale, basata sul debito e sulla tassazione, si dimostra oggi non adeguata, così pure una politica della spesa pubblica teoricamente finanziabile tramite la sola emissione di moneta, sino al limite estremo rappresentato dal pieno impiego di tutti i fattori produttivi, inevitabilmente e ben presto, finirebbe per mostrare tutti i propri limiti.

Si vedano gli studi di Mosler, relativi alla Teoria Moderna della Moneta  (TMM), definita anche “neo cartalismo”, in cui si considera la tassazione un mero strumento non di finanziamento delle spese pubbliche ma di contrappeso ad una politica monetaria posta al centro di decisioni di bilancio pubblico, sempre in deficit. Immaginare, inoltre, una teorica assenza di tassazione lascia intravedere scenari economico sociali fortemente distorsivi ed iniqui nella redistribuzione della ricchezza prodotta. Tanto più in un contesto come quello attuale che fa presagire il sopravvento dell’accumulazione di capitale rispetto alla crescita dei redditi. Infatti, attualmente si calcola che nel corso di questi primi decenni del XXI secolo il rendimento (rendita) del capitale annuo sarà pari al 4-5%, contro una crescita dei redditi da lavoro, che, nel migliore dei casi, si attesterà sul’1-1,5%, aumentandosi, così, in modo quasi meccanico, il gap fra le due entità e loro “possessori e produttori”, con un quasi inevitabile incremento delle disuguaglianze sociali[8], salvo introdurre un’imposizione sui patrimoni, politicamente difficile da attuare, almeno in Italia (anche se il fenomeno descritto ha dimensioni mondiali).

Contro conclusioni (o teorie) drastiche ed affrettate, che lasciano presagire il completo l’abbandono delle tradizionali politiche fiscali vi sono importanti ragioni, sia di tipo pratico che teorico.

Da un punto di vista pratico non è opportuno “lasciare libere le briglie” della leva monetaria nelle sole mani della politica, infatti, il rischio di un suo uso inappropriato sarebbe estremamente elevato, soprattutto, come risaputo e dimostrato, in momenti di campagna elettorale[9].

Nella elaborazione di nuovi scenari di riflessione, su particolari materie aventi ad oggetto il vivere consociato, come quelle di tipo economico, occorre rifuggire le estremizzazioni che portano ad escludere ipotesi differenti, che appaiono antitetiche rispetto a quanto proposto.

Non avrebbe, ad esempio, senso rinunciare a quella funzione monetaria e creditizia che solo un sistema bancario, debitamente regolamentato, (al fine di evitarne gli eccessi), saprebbe, con una buona efficienza, gestire, in simbiosi con un governo pubblico di politica monetaria. I criteri privatistici di concessione del credito, adottati dalle banche e regolamentati con accordi internazionali (si veda Basilea I, II e III) nella normalità dei casi (contesti economici non turbolenti) si rivelano, con ogni probabilità, molto più efficienti rispetto a criteri di tipo pubblicistico.

Sul versante teorico si può, ancora una volta, osservare come l’equazione B = M imponga, necessariamente, l’adozione di decisioni relative all’emissione di moneta collegate a precisi ed efficienti piani di spesa pubblica[10].

Sotto quest’ultimo profilo occorre, ancora ed ulteriormente, riflettere su quale tipo di spesa pubblica debba, allora, essere effettuata a fronte dell’emissione di nuova moneta.

Invero, sia le “uscite” correnti per servizi che quelle per investimenti paiono essere dotate, sul piano teorico, della stessa dignità: entrambe, se ben spese, sono suscettibili di aumentare il PIL e, quindi, il reddito globale ma è evidente come, di fatto, nella spesa corrente si possano annidare maggiormente i rischi di sprechi e inefficienze[11].

All’opposto, nelle spese da investimento, attentamente pianificate e realmente necessarie[12], tale rischio si riduce, aumentando, al contempo, anche la dotazione specifica infrastrutturale, necessaria per incrementare la competitività del sistema paese.

Le politiche fiscali e monetarie, unitariamente coordinate fra loro, andrebbero, poi, convenientemente ed essenzialmente, adottate in quella loro particolare ed importante funzione anticiclica[13] rispetto alle fluttuazioni economiche: in particolare, in situazioni di stagnazione e recessione si può dimostrare, non solo da un punto di vista logico ma anche formale matematico, che lo Stato ha “convenienza economica” a finanziare un deficit, causato da investimenti pubblici, necessari per far ripartire l’economia, senza la necessità di creare ulteriore indebitamento ma utilizzando, invece, solo ed esclusivamente l’emissione di moneta.

Una dimostrazione logico/formale (e, quindi, matematica) dovrebbe mettere in evidenza come l’incremento del reddito derivante dalla creazione di nuovi beni e servizi possa assorbire l’incremento di moneta necessaria a produrlo, senza, per questo solo ed esclusivo motivo, generare inflazione. Dimostrando anche che l’alternativa basata sull’incremento del debito pubblico, quanto meno, produrrebbe un vincolo di risorse (che graverebbe sul bilancio futuro dello Stato). Tale risorse vincolate sono, evidentemente, da destinare al servizio del debito stesso (pagamento di interessi dovuti dallo Stato ai sottoscrittori di titoli pubblici). Formalmente si può dimostrare come le risorse finanziarie destinate al pagamento degli interessi sarebbero utilizzate dai percettori (in diversi contesti di tempo, fra l’altro) in modo non funzionale (con perdita di efficienza ed efficacia) rispetto alle stringenti esigenze dell’economia, che hanno determinato la decisione dello Stato di adottare, qui ed ora, una specifica politica fiscale di investimenti a suo sostegno.

Infine e per completezza, è facile rendersi conto come le altre teoriche possibili alternative, aventi ad oggetto l’adozione di misure tributarie, non siano, evidentemente, facilmente attuabili in situazioni di crisi economica, per una molteplicità di ragioni. Infatti, esse appaiono condizionate da un elevato “fattore di rigidità”, le cui cause sono da ricercarsi nell’incertezza e nei tempi lunghi della loro attuazione (come ad es. per la lotta all’evasione), nella già elevata tassazione complessiva esistente (che agisce da deceleratore economico) e nei sempre presenti condizionamenti politici riguardanti l’assunzione delle relative decisioni. Certamente la razionalizzazione del sistema tributario è un obbiettivo essenziale da perseguire ma non appare il principale strumento su cui far leva[14] in momenti di recessione e crisi economica, in cui la rapidità delle decisioni è un requisito fondamentale.


[1]           Ricordando che nel concetto di Beni vanno compresi anche i Servizi.

[2]           Questo aspetto presuppone, evidentemente, un’azione amministrativa, sia in sede di scelte pubbliche che di loro concreta attuazione, sana e scevra da condizionamenti privatistici o peggio. Presuppone, insomma, un’azione politica ed amministrativa mediamente sana, ove sperperi, inefficienze, corruzioni, ecc., pur rimanendo, probabilmente, mali ineliminabili, riassumano una dimensione fisiologica.

[3]           Abbiamo già rilevato in nota precedente che ben potrebbero aversi spinte inflazionistiche comunque controllabili, da domanda indotta.

[4]           I cui politici sembrano conformare il proprio agire all’immediatezza di un consenso elettorale che non ad ampie prospettive di medio e lungo termine.

[5]              Dalle considerazioni svolte in questo lavoro si ritiene di evidenziare chiaramente la ragione della necessità di un coordinamento fra politiche fiscali e monetarie. Pare logico concludere che tale unificazione debba avvenire sullo stesso piano politico istituzionale, per cui, se la politica monetaria, per i paesi aderenti all’euro, è stata trasferita in sede europea, anche le politiche fiscali degli stati partecipanti, almeno per una parte significativa di esse, devono trovare un coordinamento unitario sovra nazionale. La cessione a livello comunitario di potestà monetaria, comporta la cessione di una quota importante di potestà relativa alle politiche fiscali. Occorre, però, evitare l’errore di trasferire a livello europeo le politiche fiscali senza stabilire meccanismi e principi di coordinamento con quelle monetarie. In breve, rispetto allo stato attuale è necessario ridisegnare a livello europeo non solo i criteri di governo delle politiche fiscali ma anche di quelle monetarie.

[6]              Gli economisti, soprattutto quelli classici, amano rappresentare i problemi di scelta fra due opzioni come dilemma, nel caso in cui nessuna delle due porti ad un risultato ritenuto ottimale.

[7]           Diamo, evidentemente, per presupposta una sana gestione della spesa pubblica ove, come detto, gli sperperi riassumano una dimensione fisiologica.

[8]           E’ qui il caso di accennare al “ciclo della povertà” tipico dei paesi dell’America latina (ma non solo, ovviamente) a fronte del quale i contadini, proprietari di piccole porzioni di terreno vengono, con le buone (cioè con “due soldi”) o con le cattive, di fatto “espropriati” dei loro terreni, acquisiti (requisiti) in proprietà da parte delle grandi “multinazionali green” e, successivamente, mandati ad ingrossare le fila dei disperati, (senza speranza), delle favelas delle ormai apocalittiche megalopoli sudamericane.

[9]           Si vedano, al riguardo, i fondamentali studi di James Buchanan, principale esponente della Scuola delle scelte pubbliche, le cui analisi hanno posto ben in evidenza le relazioni esistenti fra obiettivi economici e sociali, aspirazioni ed interessi personali, errori di valutazione, vincoli istituzionali e condizionamenti esterni.

[10]             Si evidenzia la necessità, logica e pratica, dell’adozione di decisioni unitarie e sinergiche, sia sul fronte della spesa pubblica che sul fronte della politica monetaria. Si tratta di “due facce della stessa medaglia”.

[11]          Sovviene, al riguardo, un vecchio detto popolare, il quale ammonisce affermando che “si spende di più col cucchiaino che col badile”. Queste considerazioni sono distanti dalle formalizzazioni tipiche dei modelli matematici ma nascono dall’osservazione di buon senso, che pari dignità ha nel contribuire alla costruzione di un modello teorico di riferimento.

[12]          Da cui se ne ritrae il requisito dell’utilità che conferisce ad esse valore  (economico).

[13]          Si vedano al riguardo le considerazioni già svolte in precedenza in cui si criticano le politiche pro cicliche assunte in Europa nell’ultima crisi finanziaria. E’ un dato di fatto che le sole politiche neoliberiste (adottate progressivamente a partire dagli anni ’70) dopo 40 anni di applicazione spinta, almeno nei “sistemi economici occidentali” (senza dimenticare che la globalizzazione è un loro “desiderato” effetto) stiano mostrando il fiato corto, nonostante il retroterra culturale che esse recano, estremamente diffuso, sia sul piano politico che accademico, faccia fatica ad ammetterlo, se non, addirittura, a constatarlo.

[14]          Salvo una diminuzione delle aliquote (con i già rappresentati effetti di stabilizzazione economica) per la cui rapida attuazione, però, non sembrano attualmente sussistere significativi margini, in considerazione della rigidità della spesa pubblica, la cui razionalizzazione richiede tempi lunghi.