UNIFICAZIONE POLITICHE

MONETARIE E FISCALI


Sarebbe facile dimostrare, oltre che con considerazioni empiriche, logico-deduttive, anche mediante dimostrazioni formali, la perdita di efficienza e, quindi, di efficacia, inerenti un così fatto disegno di governo dell’economia (tuttora, però, di larghissima diffusione) che vede contrapposte e separate le due leve di politica economica: quella monetaria e quella fiscale.

Con l’attuale assetto istituzionale l’unica possibilità di comunicazione dei due comparti di politica economica risiede nel fatto che lo Stato, per coprire le proprie spese correnti e da investimento, oltre che a finanziarsi con l’imposta[1], si può indebitare, verso privati oppure nei confronti della banca centrale, la quale emetterà moneta a fronte del conferimento ad essa di titoli pubblici.

Arriviamo quindi al punto focale: lo Stato se necessita di moneta si deve indebitare[2] nei confronti  della banca centrale e, fondamentalmente, verso il sistema bancario nel suo complesso[3].

Attualmente, quindi, tralasciando la leva poggiante sulla tassazione, che pare aver raggiunto importanti livelli di saturazione relativa[4], il finanziamento delle spese pubbliche, siano esse correnti che non, necessariamente crea indebitamento.

Si può notare come i circuiti economici complessivi (aggreganti, cioè sia gli operatori privati che pubblici) basano il loro funzionamento poggiandosi sul “paradigma del debito”. Non bisogna scandalizzarsi di ciò: da quanto detto sinora si capisce che il debito è necessario al fine di poter trasferire risorse finanziarie dalle “unità” in eccesso verso quelle in deficit (così si esprimono gli economisti). Insomma, il funzionamento dell’economia attraverso la creazione di debiti e corrispettivi crediti (con le relative utilità) è un qualcosa di “naturale”. Viene, però, da domandarsi se lo Stato (quale ente esponenziale degli individui) sempre e comunque debba sottostare al “criterio del debito”. Certamente deve quando esso agisce come un normale operatore economico (concludendo contratti privatistici – di acquisto cancelleria, ad esempio – come amerebbero dire gli amanti del diritto) ma seri dubbi sorgono, invece, quando è chiamato ad agire nella sua irrinunciabile funzione, essenziale nelle attuali società complesse, di governo ed indirizzo dell’economia. In quest’ultimo caso il solo “criterio o paradigma del debito” appare, soprattutto, in particolari situazioni di stagnazione e recessione, depressione economica, del tutto inadeguato o, quanto meno, non sufficiente, se non, addirittura, controproducente.

E’ ovvio, inoltre, che la creazione di indebitamento a fronte di creazione di moneta è concepibile solo ed esclusivamente in uno scenario ove sussista una dualità di soggetti; stando, infatti, da un lato, l’erogatore di denaro – la banca centrale – e, dall’altro, il percettore di denaro, cioè lo Stato, che si obbliga a rimborsarlo.

Giungiamo a constatare, quindi, che occorre un’unificazione di azione nella politica economica e questo anche a prescindere dai soggetti a cui essa compete. Probabilmente se ciò avverrà si avrà un’unificazione strutturata prima dell’azione e poi forse dei soggetti[5]. Quest’ultima potrebbe anche non avvenire in ragione di un fisiologico contro bilanciamento di garanzia che deriva da poteri ripartiti fra diversi soggetti  (quello della politica fiscale in capo al governo – parlamento e quello della politica monetaria, facente riferimento, invece, alla banca centrale). Certo, però, che un sistema così congegnato, basato sulla duplicità di soggetti  (possiamo definirli, visto il ruolo ricoperto, istituzionali) lascia un grave vuoto di rappresentatività e democraticità, rispetto alla popolazione sulla quale ricadono gli effetti delle decisioni adottate. E’ notorio come le riunioni dei “board” delle varie istituzioni finanziarie, fra cui la BCE e la Banca dei Regolamenti Internazionali, ad esempio, vengano adottate a porte chiuse e con informazioni pubbliche postume centellinate al minimo indispensabile. 

Se fosse lo Stato a creare (o ad imporre di creare[6]) direttamente moneta, in virtù di una propria facoltà – prerogativa[7], non si produrrebbe alcun debito da emissione monetaria, salvo la possibilità di indurre inflazione, cioè giungere progressivamente a distruggere il potere d’acquisto della moneta stessa che, come abbiamo visto all’inizio di questo lavoro è, in fondo, la sua unica ragione d’essere.

Nel prossimo paragrafo esamineremo i presupposti e gli effetti logici di un possibile governo dell’economia come appena prospettato.



[1] Attualmente i margini di manovra tributaria tesi all’aumento delle imposte sono, praticamente, inesistenti (si vedano anche le osservazioni di cui alla successiva nota 43), salvo la realizzazione delle sempre ventilata lotta all’evasione fiscale. La tendenza che si ha modo di notare è quella, invece di una riduzione della tassazione, con particolare riferimento alle imprese societarie (flat tax). Gli analisti economici che si sono occupati di tale aspetto hanno notato come nell’ultimo trentennio si siano ridotte le imposte sulle società ed aumentate, invece, quelle gravanti sul lavoro.

[2] Lo schema è indipendente dall’introduzione dell’euro, infatti anche prima del 2002 se il governo voleva risorse da parte della Banca d’Italia doveva conferire titoli di Stato. Certo in un contesto domestico la banca centrale segnalava ai mercati la propria disponibilità ad acquistare i titoli pubblici invenduti ad un determinato tasso e ciò rendeva immuni gli stessi da attacchi speculativi, come invece verificatosi nel 2010 con la crisi dei debiti sovrani.

[3] Abbiamo già posto in evidenza il trade off che pare essere attualmente immanente al sistema di governo monetario che si frammenta fra criteri privatistici e pubblicistici coesistenti allo stesso tempo nei propri organi istituzionali.

[4] Saturazione relativa nel senso che la tassazione in se potrebbe avere, da un punto di vista teorico, dei limiti percentuali anche molto elevati. Se il sistema di tassazione ed erogazione dei servizi pubblici, la cui ampiezza è variabile nel tempo, fosse funzionale, efficiente ed efficace, potrebbe essere tollerabile anche una maggiore pressione fiscale o tributaria rispetto a quella attuale.

[5] Si veda in proposito il recentissimo intervento della Banca Centrale Cinese per fronteggiare la crisi finanziaria scoppiata in Cina. Al riguarda si può riflettere sul fatto se tale rapido intervento sia stata una decisione degli organi di governo dell’istituto d’emissione (come tradizione vorrebbe) oppure, come certamente è, del Governo di Pechino: in questo caso la Banca Centrale ha fatto ciò che il Governo politico del paese ha deciso.

[6] Abbiamo già messo in evidenza l’opportunità pratica di mantenere una dualità di soggetti (seppur in un ambito di azione unificata di politica economica) nel governo dell’economia monetaria e fiscale.

[7] La cui esistenza appare difficile da negare, se non per ragioni di mera opportunità. Si pensi al recentissimo QE cinese: è facile immaginare che la banca centrale abbia prontamente dato esecuzione alle direttive impostagli dal governo di Pechino e che per questi, il classico conferimento di titoli del debito pubblico (se mai avvenuto), a contro garanzia della nuova ingente creazione di moneta, sia stata l’ultima delle preoccupazioni. Si può notare la rapidità di decisione derivante da un’azione unificata rispetto alla lentezza d’intervento del programma di QE da parte delle BCE che è arrivato solo dopo un lungo braccio di ferro fra il blocco dei paesi del centro – nord Europa e quelli dell’aera mediterranea.