PREMESSA

 


Le politiche monetarie sono intimamente legate, quasi a formare un unicum, alle politiche fiscali e tributarie.

Esistono, cioè, fra le diverse scelte pubbliche (fiscali, tributarie e monetarie) relazioni reciproche che danno vita a persistenti fenomeni economici di azione e reazione, di causa ed effetto.

Cercare di conoscere questi fenomeni è importante anche al fine di poter meglio comprendere e contestualizzare pure l’habitat tributario, il quale, necessariamente ed incessantemente, acquisisce la propria ragion d’essere, la sua giustificazione, dal più ampio scenario socio economico ove esso è calato.

Non è difficile immaginare quali possano essere le reciproche influenze:

le crisi economiche e finanziarie che traggono origine, principalmente, dalla deregolamentazione dei mercati e da aggressive politiche commerciali e le misure di austerità che da esse derivano, contribuiscono a creare situazioni di deficit pubblico e di aumento dell’indebitamento totale.

Il fabbisogno finanziario, che da tale situazione deriva, sollecita lo Stato ad adottare soluzioni volte al taglio, da un lato, della spesa sociale pubblica e, dall’altro, all’inasprimento (palese o strisciante) della tassazione.

La pressione fiscale, così stretta da vincoli di bilancio pubblico, ben difficilmente potrà trasformarsi in leva fiscale da utilizzarsi efficacemente, mediante una sua diminuzione, nei periodi di recessione economica.

Semplicemente non vi è spazio per politiche di tal natura e di cui pur ve ne sarebbe necessità.

Oltre ad un’importante opera di fondo, tesa alla razionalizzazione della spesa pubblica, ecco che allora, immaginare l’utilizzo della leva monetaria in un “modo nuovo”, rispetto a quanto oggi avviene, come si avrà modo di spiegare, può rappresentare la terza via[1], necessaria al fine di uscire dal seguente dilemma: diminuzione della pressione fiscale = aumento del debito pubblico, da un lato, e diminuzione del debito pubblico = aumento della pressione fiscale, dall’altro.

Pare, infatti, oggi, evidente come l’emissione di moneta da parte delle banche centrali (anche nell’ambito di programmi di “agevolazione quantitativa – Quantitative Easing”), porti, come si avrà modo di vedere, ad un aumento dell’indebitamento dello stato, con chiari effetti a cascata sulle politiche fiscali e tributarie, senza, peraltro, certezza sugli effetti di ripresa desiderati.

L’uso “politico della moneta”, che qui viene proposto, permette, quindi, (alle precise condizioni che si avrà modo di esporre), di uscire dalla “trappola della sola logica del debito” che pare oggi attanagliare, in una morsa ferrea, la vita degli Stati, delle Comunità e delle Persone che in essi vivono.



[1] Nella teoria dei giochi si spiega efficacemente che quando è dato scegliere fra sole due possibilità si è di fronte ad un dilemma. Solo l’introduzione di una terza via permette di poter scegliere effettivamente.

 

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