IL SIGNIFICATO DELLA MONETA

 

Oggi la moneta sta al centro di tutte le dinamiche economiche: la prosperità e le crisi, siano esse pubbliche che individuali, i cui effetti, in ogni caso, ricadono sulle persone e sulle famiglie, vengono sempre “misurate dall’esistenza e dal possesso di denaro”.

Ma che cosa è in realtà la moneta?

Accettarne “passivamente” un significato implicito, senza riflettere con attenzione su che cosa i soldi effettivamente siano, può portare a conclusioni limitanti, soprattutto nella ricerca di soluzioni alle sempre più frequenti crisi economiche.

Riteniamo, quindi, di estrema importanza, afferrare in modo semplice e chiaro l’essenza del concetto di denaro, al fine di giungere a “scoprire” che può esistere, oltre ad una moneta, che appare, oggi, “quasi affare privato”, retta solo dalle strette e limitanti logiche del dare e dell’avere, anche una “moneta politica”[1], asservita, cioè, in primis, al bene pubblico ed ai bisogni essenziali delle società umane.

Quindi, chiariamo, anzitutto, un primo concetto fondamentale: la moneta, oggi, non ha valore di per sé ma in funzione del potere di acquisto che reca. Ed a ben vedere, ciò è sempre stato vero, anche quando essa veniva coniata in oro ed argento. Infatti, anche questi due metalli, definiti preziosi, hanno un valore in quanto ad essi viene attribuito dalla società.

Nei gruppi sociali primordiali i beni-moneta avevano un valore d’uso e, quindi, un valore economico in se stessi. Ciò è chiaro nel baratto ma anche nelle forme, sempre più sofisticate, che ad esso si sono nel tempo susseguite.

Le greggi scambiate avevano un valore economico (utilità) d’uso, così come il grano, il sale; ma anche il ferro, che veniva dato “in pagamento”, allo stato grezzo (prima) ed in verghe o lingotti misurati (poi) serviva, nella sua duttilità, per costruire arnesi da lavoro od armi, secondo le esigenze del venditore. In generale possiamo osservare che un bene (ma anche un servizio) ha un valore quando è atto a soddisfare un bisogno umano.

Lo scambio di beni e di servizi, ben presto si affaccia nella storia delle società umane, come una necessità non eludibile, man mano che ci si rende conto dell’impossibilità di potersi procacciare tutto da sé ma che invece è essenziale, se non vitale, avere rapporti di scambio con gruppi vicini, per giungere, infine, alla specializzazione produttiva.

Il fenomeno monetario, seppur basato sul baratto, fisiologico ed essenziale al vivere di piccolissimi gruppi tribali (clan), precede il fenomeno tributario, il quale, seppur risalente, presuppone società evolute organizzate in collettività complesse.

Il “salto quantico” si ha, ed è bene ricordarlo, nel momento in cui viene dato come mezzo di pagamento ciò che da un punto di vista meramente razionale valore non ha: i monili di conchiglie, prima, e di oro ed argento, poi, ad esempio. Come detto questi sono beni privi di valore d’uso effettivo ma non per le società primordiali; per esse, infatti, possedevano un altissimo valore magico rituale: con tali oggetti sacri, ricevuti in pagamento, si poteva chiedere agli dei sostanzialmente tutto; avevano, cioè, un valore d’uso immenso.

La moneta, quindi, oltre che mezzo (intermediario) negli scambi e misura di valore è  “contenitore” di valore, o perché ha un valore d’uso in sé[2] o perché tale valore, attraverso un percorso di astrazione millenario, le cui origini sono state appena sopra abbozzate, le viene riconosciuto dalla società.

Oggi tale valore si identifica, indubbiamente, col potere di acquisto che essa reca, cioè con la caratteristica della liquidità. In virtù di tale caratteristica la moneta può essere convertita immediatamente in beni[3] (durevoli o di consumo) necessari per la vita dell’uomo.

Se, quindi, la moneta non ha potere d’acquisto possiamo concludere che essa non ha valore, diventando, essenzialmente, “carta straccia”.

Quali che siano le teorie che si utilizzano per disegnare un governo (pubblico[4]) qualsiasi della moneta (politica monetaria) occorre tenere presente che dovrebbe sempre sussistere una sorta di identità con i beni o servizi in cui essa è convertibile e che danno significato concreto al potere di acquisto inglobato.

Se nelle società primordiali, in cui vigeva il baratto, valeva l’equazione (identità):  (B)eni = (B)eni, nelle società più evolute, anche in quelle più sofisticate, come la nostra, tale identità, a ben osservare, si è solo di poco modificata nella seguente:  (B)eni = (M)oneta = (B)eni.

Si evidenzia, in modo molto chiaro, il fatto che la moneta accoglie il valore di taluni beni o servizi per poi riversarsi nel valore di altri beni e servizi, il tutto secondo le preferenze soggettive di utilità degli stessi utilizzatori.

Potremmo sostituire il concetto di (B)eni con quello di (U)tilità, valorizzando in tal modo meglio l’estensione (dal materiale all’intangibile) dei beni e servizi che in continuo ed incessantemente le società e le persone umane si scambiano fra di esse, sin dall’alba dei tempi.

La scarsità delle risorse esistenti[5] è il vero limite, invalicabile, del valore della moneta: la creazione di nuova moneta non può, di per se stessa, portare magicamente alla creazione di nuovi beni. Solo la creazione da parte dell’uomo, per mezzo di essa, di nuovi beni e servizi (quale mediatrice delle utilità negli scambi dei processi produttivi[6]) nei limiti della scarsità delle risorse, può portare ad un più ampio e migliore soddisfacimento dei bisogni umani, aumentando il benessere generale, se tale processo viene realizzato in modo equo[7].

Siamo giunti, in fondo, ad una conclusione semplice ma non così ovvia, soprattutto in un’epoca, come quella attuale, di capitalismo finanziario spinto: la moneta si identifica con il valore o utilità dei beni e servizi che con essa si vorrebbero creare o comprare per il soddisfacimento dei bisogni umani.

Esiste, evidentemente, se si escludono furti, rapine, saccheggi[8], truffe, approfittamenti, ecc, un chiaro nesso o rapporto di scambio fra detentori di moneta (utilità) e beni o servizi (altra utilità): tendenzialmente, salvo situazioni particolari, non ci si priva di beni / moneta (valori ed utilità) per ricevere in cambio il nulla o molto, molto di meno rispetto a quello che si dà.

Anche in questo caso vanno tenute a parte le somme che vengono sborsate a causa delle imposte e tasse le quali, però, a ben vedere vengono pagate sempre in cambio dei servizi generali indivisibili che lo Stato dovrebbe dare in ragione della loro percezione[9].

Questi semplici logiche sottendono alle più ampie e complesse scelte di politica monetaria.

Tali scelte comportano lo stabilire, nelle società complesse, quanta moneta debba esistere in circolazione, come, a quali condizioni e quando essa debba essere creata e, soprattutto, chi possa farlo e per quali scopi.

Le considerazioni, sotto il profilo storico e socio economico, che si possono fare al riguardo, come intuibile, sono amplissime ed, evidentemente, in questa sede non si può altro che tratteggiarne alcuni aspetti che si ritengono, soprattutto nel contesto attuale di crisi monetaria e finanziaria, di una qualche utilità.

Il valore della moneta esistente in un dato momento non dovrebbe mai “spezzare” il rapporto con il valore dei beni e servizi in circolazione. Da un punto di vista teorico, cioè, come detto più sopra, dovrebbe tendenzialmente sempre valere l’identità   (B)eni =  (M)oneta,   (B = M).

I processi inflazionistici (perdita di valore della moneta) sono sempre legati all’alterazione di questo rapporto: l’aumento della quantità di moneta senza un corrispondente aumento dei beni e servizi (con le loro utilità atte a soddisfare bisogni umani) comporta una diminuzione del suo valore.

Di converso, la creazione di nuova moneta a fronte della creazione di nuove utilità attraverso nuovi beni e nuovi servizi non comporta, nell’immediato[10], il sorgere di inflazione[11], in quanto, evidentemente, si mantiene il rapporto, necessario e sufficiente, (B = M).

Quindi, il denaro negli scambi di beni e servizi assume una “funzione servente”, nel senso che sono le relazioni economiche fra gli “individui” a determinare il fabbisogno di moneta.

Da quanto appena esposto appare evidente l’importanza dei processi di creazione del denaro e di come questi influiscano sulla relativa quantità in circolazione e, soprattutto, in che modo si “relazionano” rispetto all’effettivo “fabbisogno di mezzi di pagamento” derivante dagli scambi economici. Nelle moderne economie tale “funzione monetaria” (di creazione, cioè, di mezzi di pagamento) è svolta principalmente dalle banche. Nel prossimo paragrafo vedremo i tratti salienti di tali dinamiche con particolare attenzione alle relative disfunzioni.



[1] Da intendersi con attenzione, però, e precisamente: non “moneta della politica” ma “moneta politica”, alludendo con ciò, come si avrà modo di spiegare meglio, ad un utilizzo innovativo di essa, da porre alla base delle formulazione di una teoria della spesa pubblica finanziata mediante l’emissione di nuova moneta, senza creazione di indebitamento e senza aumento della pressione fiscale, in un contesto di politiche economiche anti cicliche.

[2] Cosa, questa, che oggi non avviene, con la massima astrazione che il denaro ha assunto, fino a giungere alla moneta bit, ovverosia la moneta impulso elettronico scritta a video.

[3] Nel proseguo del presente lavoro il termine “bene” viene considerato sinonimo di “servizio” e viceversa, di tutto ciò che può avere, come detto, utilità economica.

[4] Facendo riferimento alla funzione e non tanto ai soggetti.

[5] Un importantissimo capitolo a parte andrebbe aperto sul pauroso depauperamento di capitale naturale che uno sviluppo economico, quale l’odierno, sta comportando.

[6] Il processo produttivo è qui inteso in senso lato di scambio di ricchezza e non solo di trasformazione materiale di beni o produzione di servizi.

[7] Equità da intendersi in senso economico e quindi sociale.

[8] I saccheggi, le razzie, i bottini di guerra, servivano (e servono talvolta anche oggi), sotto un altro profilo, a finanziare le collettività degli invasori, in una sorta di fiscalità  “senza tributi”.

[9] Sarebbe qua sterile ed inutile, come probabilmente lo è sempre stato, sottolineare il fatto che l’imposta, secondo la dottrina più risalente, sarebbe acausale, nel senso che dal suo pagamento non sorgerebbe alcun diritto ad una controprestazione specifica a carico dello Stato ed a favore dei contribuenti. E’ chiaro che le imposte oltre a che essere necessarie per finanziare la spesa pubblica hanno anche una funzione solidaristica e di redistribuzione della ricchezza, tesa alla diminuzione (teorica) delle disuguaglianze. Gli economisti, poi, ben sanno che le imposte progressive sul reddito, non certo nei contesti asfittici attuali, potrebbero avere anche un’importante azione automatica anti ciclica: nei periodi floridi, con l’aumento dei redditi, l’aumento della tassazione agisce da freno ad un’eccessiva espansione dell’economia, mentre, sempre da un punto di vista teorico, dovrebbe avvenire esattamente il contrario, nei periodi di recessione.

[10] In modo mediato e successivo si potrebbe creare inflazione da domanda, indotta da aumento di reddito ma tale effetto può essere convenientemente controllato e governato dalle competenti autorità monetarie.

[11] L’inflazione, notoriamente, è calcolata dagli istituti di statistica  avendo a riferimento la variazione dei prezzi al consumo di taluni beni e servizi, avvenuta in un determinato lasso temporale (un mese, un anno, ecc.). E’ chiaro che si tratta di un dato soggettivo e non oggettivo, in quanto è condizionato dai beni e servizi che vengono presi in considerazione nel c.d. “paniere”, ai fini del calcolo. Giungiamo, quindi, a distinguere l’inflazione nominale da quella reale. Volendo estremizzare, ed andando oltre alla semplice variazione dei prezzi al consumo di taluni beni e servizi, se, ad esempio, si strutturalizzano le crisi finanziarie sistemiche (una o più all’anno, come pare avvenga ultimamente) tale per cui vengono bruciati, in breve tempo, miliardi di euro “contenuti” in prodotti finanziari diffusi in larga misura fra i risparmiatori, è evidente che anche tali fenomeni, non più episodici, in senso lato, generano inflazione, mediante una violenta decurtazione della “riserva di valore contenuta negli strumenti finanziari svalutati”. Ciò appare, oggi, un effetto dell’eccesso di liquidità nei circuiti mondiali della finanza e, soprattutto, della liberalizzazione nei movimenti di capitali e della deregolamentazione dei mercati finanziari. Tale eccesso di base monetaria, rispetto ai beni reali, non genera subito tali conseguenze devastanti in quanto, in qualche misura viene tesaurizzata nel c.d. “sistema finanziario ombra”, complici anche i c.d. “paradisi fiscali”, fintanto che non prende l’avvio una sorta di “effetto tornado”, di durata variabile, che ha il suo epilogo con la creazione e scoppio di una “bolla finanziaria”.