IL NUOVO RUOLO

DELLE BANCHE CENTRALI


A ben osservare le banche centrali hanno avuto, da sempre, un atteggiamento alquanto prudente, evitando accuratamente di intervenire con immissioni non convenzionali di liquidità nel sistema economico, anche in situazioni di crisi[1].  La recente ragione storica di tale “guardingo atteggiamento” risiede nello sganciamento del dollaro dalla sua convertibilità in oro, avvenuto nel 1971, con l’abbandono da parte degli USA degli accordi di Bretton Woods, siglati nel 1944.

Un’azione misurata da parte delle banche centrali parve necessaria al fine di garantire una stabilità ai sistemi monetari i quali avevano perso quel poco di relazione con un qualcosa di reale, che rimaneva sino ad allora – la convertibilità in oro – appunto[2].

Ma le recenti e plurime crisi economiche hanno posto bene in rilievo l’inadeguatezza e la non sufficienza, sotto molteplici aspetti, delle sole politiche fiscali[3], le quali hanno mostrato evidenti limiti nel fronteggiare in modo efficace e, soprattutto, efficiente perduranti periodi di stagnazione e recessione economica.

Infatti, le politiche fiscali costituiscono solo un ingrediente che, seppur importante, abbisogna dell’affiancamento di una adeguata e coerente politica monetaria.

Dal contesto descritto attuale, di crescente indebitamento pubblico e di impossibilità di ulteriore aumento della pressione tributaria, si può capire come le banche centrali abbiano, quindi, subìto una notevole pressione affinché adottassero linee di intervento definite “non convenzionali”. I recenti interventi di Quantitative Easing[4], prima da parte della Federal Reserve americana e, poi, successivamente e forse tardivamente, a seguito di vincoli derivanti dai trattati[5], da parte della BCE, costituiscono una chiara prova empirica, se mai ve ne fosse stato il bisogno, di come, nei moderni e complessi sistemi economico finanziari, sia necessario un intervento di tipo monetario da affiancare ad una politica fiscale di investimenti.

Il solo intervento delle Banche centrali tende a rivelarsi non sufficiente, infatti, una politica monetaria di apertura tesa a facilitare il ricorso al credito, potrebbe non produrre gli effetti desiderati.

“Il cavallo non beve”, usano dire in gergo gli economisti quando l’immissione della liquidità nel sistema economico non sortisce quanto sperato, cioè l’economia non riparte.

Si tratta di un effetto indesiderato ma prevedibile, sol che ci si soffermi a riflettere, come rilevato, sull’attuale frammentazione che contraddistingue i due principali strumenti di politica economica, ovverosia la politica monetaria, da un lato e la politica fiscale, dall’altro.

Il riversarsi di ingenti quantità di denaro nei circuiti finanziari bancari inevitabilmente sortisce, quale prima conseguenza, l’utilizzo di tali risorse a favore delle stesse banche, come, ad esempio, puntualmente avvenuto in questi anni mediante la sottoscrizione di titoli di Stato, che fruttavano un rendimento più elevato rispetto al costo bassissimo di provvista ottenuto dalla BCE. Sotto questo profilo gli economisti potrebbero agevolmente dimostrare, mediante l’adozione di modelli matematici, la perdita di efficienza di un sistema così congegnato. E’, quindi, “empiricamente sbagliato e, perciò, da un punto di vista pratico, sconsigliabile”, riversare, acriticamente risorse finanziarie nei canali bancari tradizionali se il tutto non viene attentamente coordinato con politiche di investimento e spesa, siano esse pubbliche che private. Cioè, la normale funzione di intermediazione creditizia, svolta dagli istituti di credito in scenari recessivi seri, pare oggi non essere sufficiente.

Rilevato ciò, però, occorre anche ammettere come l’autonomizzazione del governo della moneta, avvenuta a partire dalla metà degli anni 80, da un lato, è certamente servita a proteggere le banche centrali dalle forti pressioni politiche volte al finanziamento, sempre e comunque, dei deficit di bilancio ma, dall’altro, ha progressivamente spogliato lo Stato, quale entità politica sociale[6] (sino a giungere ad una totale abdicazione, con l’introduzione dell’euro) di una potestà – prerogativa (seppure esercitata indirettamente) che assieme a quella fiscale, parrebbe essenziale per la sua stessa sopravvivenza e cioè la potestà monetaria.

A parte gli effetti negativi che derivano dalla separazione delle due leve di politica economica, occorre ulteriormente riflettere anche su un altro importante aspetto e cioè sulla necessità di un imparziale governo delle politiche monetarie.

Anche sotto questo profilo c’è chi vede un’attuazione dei principi del credo neoliberista che nel nome della funzionalità dei mercati[7] è giunto, in via sempre più ampia a deregolamentare e privatizzare anche il sistema bancario e finanziario nel suo complesso, rendendo, quantomeno in Europa, affare, per così dire privato, il governo della moneta, seppur in una dimensione normativamente istituzionalizzata, quale è quella propria dei trattati europei attualmente in vigore.

Pur non volendo giungere ad estreme conclusioni, il sistema europeo appare, in ogni caso, ibrido, essendo la BCE partecipata dalle singole banche centrali nazionali le quali, a loro volta, sono partecipate da singole banche private. La sociologia economica evidenzia, sotto questo profilo, il rischio di commistioni fra interessi di tipo privatistico in scelte che, invece, dovrebbero essere guidate esclusivamente da criteri di tipo pubblicistico.

Nonostante ciò, dobbiamo comunque concludere che, almeno tradizionalmente, la separazione fra potere monetario (riservato al sistema bancario, al cui vertice, come visto, si pone la banca centrale) e potere fiscale (riservato allo stato) viene visto ed accettato come un dato di fatto storicamente fisiologico nel governo dell’economia.

E’, però, estremamente evidente che a fronte delle attuali gravi crisi sistemiche occorre, comunque, seriamente pensare ad ipotesi alternative di governance economica che tendano all’unificazione e coordinazione della politica fiscale con quella monetaria.



[1] Una delle cause che ha esacerbato gli effetti della crisi del ’29 risiede anche nel fatto che la FED evitò l’adozione di misure di salvataggio. In uno scenario caratterizzato dal mancato intervento diretto delle banche centrali in piani straordinari di immissione di liquidità, per venire in aiuto all’economia, un ruolo attivo viene svolto dal FMI, il quale, notoriamente, concede finanziamenti agli stati a condizioni particolarmente gravose.

[2] Non dimentichiamo, però, quanto già sottolineato in apertura di questo intervento: anche l’oro è un qualcosa di simbolico il cui valore ancestralmente affonda le proprie radici nell’essere strumento di mediazione con la divinità.

[3] E’ risaputo che in economia politica il termine “politiche fiscali” è un qualcosa di più ampio rispetto alla politica tributaria, che guarda solo alle entrate mediante tassazione, avendo, infatti, esse ad oggetto, un’incisiva azione di investimenti pubblici atti a far riprendere l’economia che possa versare in Stato di stagnazione o recessione.

[4] Questi interventi, che si concretizzano nell’acquisto di titoli di Stato a basso tasso d’interesse sul mercato secondario, si definiscono non convenzionali in quanto divergono rispetto ai normali strumenti di politica monetaria adottati dalle banche centrali come, ad esempio, la modifica del tasso d’interesse.

[5] I trattati di Maastricht e Lisbona, come risaputo, assegnano alla BCE il ruolo di guardiana dell’inflazione (senza la possibilità di realizzare interventi espliciti a sostegno dell’economia) con un tasso ottimale tendenziale che dovrebbe aggirarsi intorno al 2 per cento. Ma anche in questo caso si dimostra come le dinamiche socio economiche determinino in corso d’opera la materiale modifica di assetti normativi, anche di rango sovra nazionale, che in sede di prima stesura ed applicazione apparivano totem immodificabili.

[6] Entità che abbia, cioè, quale finalità primaria il benessere generale degli individui, da attuarsi nei principi della coesione sociale e della solidarietà. Principi, del resto, presenti in tutte le costituzioni.

[7] Il cui modello teorico, nella sua applicazione concreta, presenta delle gravi contraddizioni: infatti, in generale le imprese non prosperano (salvo quelle che abbiano assunto dimensioni transnazionali) ed i lavoratori vengono licenziati o subiscono un generale peggioramento nelle proprie condizioni sia economiche che non  (precariato). A ben vedere tutto ciò appare inevitabile, sol che si rifletta sul fatto che la deregolamentazione ha portato le grandi imprese, che possono permetterselo, a delocalizzare le produzioni in zone del pianeta a bassissimo costo della manodopera e con controlli sulla sicurezza e sull’ambiente pressoché inesistenti, attuando una concorrenza rovinosa al ribasso.